La farmacia deve rimanere comunale

E’ notizia certa di questi giorni con la recente pubblicazione del bando di gara che il Comune di Seveso vuole affidare a terzi per i prossimi 25 anni la gestione in concessione dell’unica farmacia comunale.

Questa soluzione può servire a dare un po’ di ossigeno alle disastrate casse comunali, ma a nostro parere solamente e miopemente nel breve periodo, intascando la cifra stimata per l’avviamento (308.550 euro) e il netto tra le rimanenze di magazzino, il Tfr da liquidare ai dipendenti e il valore dei cespiti. Ma se analizziamo questa soluzione nel lungo periodo, siamo sicuri che il canone di concessione (base di gara fissata a 25.058 euro l’anno, il cui valore attualizzato per 25 anni diventa pari a 449.428,81 euro) porterà un reale beneficio? E’ risaputo che ovunque le farmacie sono una risorsa e aprire o rilevare un’attività del genere è di solito molto difficoltoso e impegnativo, alla stregua, con le dovute proporzioni, dell’acquisto di una licenza Taxi a Milano.

Perciò al Comune di Seveso poniamo prima di tutto una semplice domanda: è stata mai presa seriamente in considerazione una procedura di risanamento e di razionalizzazione dell’attività della farmacia comunale in vista di un suo rilancio produttivo? La domanda sorge spontanea in quanto, analizzando il conto economico dell’ultimo anno fiscale (2013) e pur in presenza di un calo del fatturato, il margine commerciale (ricavi meno costo del venduto / ricavi) si attesta su un buon 23,60%; mentre se consideriamo il fatto che l’ammontare degli ammortamenti sia su migliorie sia su beni di terzi (ammortamento dilazionato secondo la durata del contratto di locazione) sia sugli arredamenti (ammortamento del 12%) sono stati calcolati per l’ultimo anno fiscale al 31 dicembre 2013, l’indice Ros (Ebit/fatturato) raggiungerebbe un buon 2,32% cioò un valore che permetterebbe tranquillamente alla farmacia di chiudere con un bilancio positivo.
Inoltre, simulando un’inversione di tendenza del fatturato (con un minimo di strategia di marketing non sarebbe un’utopia), ad un incremento minimo di circa 200 mila euro negli anni a venire (a parità di spese per il personale, prestazioni di servizi e spese generali, mantenendo lo stesso margine commerciale del 23,60% e considerando i cespiti completamente ammortizzati) corrisponderebbe un indice Ros addirittura superiore al 5,78% con la conseguenza che la farmacia avrebbe un utile dopo le imposte doppio rispetto alla base di gara fissata dal Comune per il canone di concessione.

Se alle fredde cifre aggiungiamo anche una panoramica sul contesto generale, la scelta di questa amministrazione diventa ancora meno comprensibile: la farmacia comunale è moderna e accogliente, in posizione strategica e dotata di sufficiente spazio di parcheggio che può invogliare alla sosta. Le farmacie private presenti sul nostro territorio sono ben distribuite (non nelle immediate vicinanze, su diverse direttrici) e sembrano godere di buona salute, nei dintorni non esistono parafarmacie realmente concorrenziali per ubicazione e dimensioni.

Insomma, apparentemente tutte le condizioni per un rilancio della farmacia comunale esistono. E allora perché affidarsi a terzi così a buon mercato? Cosa impedisce di tentare la via del risanamento e fare sì che la farmacia diventi una risorsa anziché un (falso) problema?